Uno degli sponsor dell’IDCamp è stato OverBlog, ma per fortuna il Country Manager Italia Paolo Mulè ci ha risparmiato lo spottone, concentrandosi sul problema della deframmentazione dell’identità digitale a cui OverBlog pretende di dare una risposta. Siamo a metà fra la filosofia e l’economia, con Facebook a fare da crocevia. Paolo si è preso venti giorni per rispondere alle fatidiche tre domande e mi ha girato un papiro di risposte che ho dovuto, gioco forza, deframmnetare io. Vi assicuro però che vale la pena di arrivare fino in fondo.
Nel tuo intervento a IDCamp hai parlato del concetto di identità e di io pre e post Facebook. Puoi ricapitolate un attimo?
Mi sono interrogato sul concetto di identità digitale, che in inglese è meglio indicato dal termine digital persona, e su come esso si sia evoluto negli ultimi anni, in particolare con l’emergere di Facebook, che ha sdoganato l’utilizzo del proprio nome reale in Rete. Prima di Facebook infatti l’unico luogo virtuale deputato a un uso della propria reale identità era al massimo la posta elettronica. Nelle community, nelle chat e nei forum si utilizzavano una o più identità fittizie, con una proliferazione della non-identità. O, meglio, di un altro concetto d’identità: altro dall’identità. Questa apertura o lacerazione dell’io, però, non era da intendersi come ferita, non agiva da limitazione: era invece occasione di una certa esperienza dell’altro in sé. In quel contesto il problema della frammentazione non si poneva, poiché era il tema stesso dell’identità a non sussistere. Oggi invece emergono esigenze nuove, legate al riflesso delle attività virtuali nella vita reale. Con la conseguente idea della capitalizzazione delle attività digitali in ambito reale e il materializzarsi del concetto di influencer. In parole povere, vengono a tracciarsi, all’interno del Web, i confini di un contesto economico tradizionale. Economia che diventa ben presto ego-nomia o ego-crazia: l’utente che prima aveva interesse a mantenersi anonimo e a moltiplicare le proprie identità, ha ora tutto l’interesse a dichiararsi, a esporsi, a ottimizzare e strutturare i propri contenuti per massimizzare i benefici che può trarre nella vita reale dalla sua esistenza virtuale.
Parli di deframmentazione dell’identità. Spiega meglio questo concetto.
La nostra presenza all’interno delle sempre più numerose piattaforme sociali è ormai totalmente condizionata dal cambio di mentalità e di approccio imposto da Facebook. Quella che prima di Facebook era una presenza online multiforme, libera dai vincoli dell’identità, è diventata ora una presenza identitaria ma frammentata. La medesima identità reale si trova cioè replicata su un numero altissimo di media, ciascuno dei quali ha proprie regole e specifiche norme editoriali. È quindi evidente che ciascuno adatterà il proprio linguaggio e la propria comunicazione al prodotto di turno, ma è anche vero che, per offrire un’immagine univoca di sé, ci si sforzerà di esprimersi e comunicare in maniere coerente. L’identità, in sostanza, si trova presa in una sorta di doppio vincolo, per cui è costretta a differenziarsi rimanendo se stessa. È come se le innumerevoli tessere di uno stesso mosaico si trovassero disperse in altrettanti luoghi. Tutte insieme contribuiscono a creare un’immagine strutturata e coerente della digital persona, ma singolarmente non sono invece in grado di veicolare quel significato complessivo.
Perché ritieni che qualcuno possa avere l’esigenza di aggregare i pezzetti di sé che ha disperso più o meno coscientemente qua e là per la rete? E cosa intendi per presenza strutturata? Perché dovremmo preoccuparci ora di organizzare i nostri dati online?
Nella gestione del mosaico molto dipende dalle esigenze e dai desiderata del singolo. Piaccia o meno però la gestione ragionata della propria identità digitale sta diventando sempre più imprescindibile per molti. Basta pensare a quanti recruiter usano oggi i social network per verificare il profilo pubblico di un utente prima di un’assunzione. Con il proliferare delle piattaforme social inoltre si è non poco complicata la gestione di una presenza multi(piatta)forme. Sono considerazioni di natura pratica: chiunque voglia seguire altre persone in Rete o, analogamente, costruirsi un ambito di influenza online, è costretto a farlo attraverso un numero imprecisato di presidi e piattaforme. Il che può essere se non altro definito “scomodo”. C’è poi da dire che, al di là della massa critica, c’è oggi un ampio nucleo di utenti che hanno interesse a identificarsi essi stessi come fonti autorevoli di informazioni in determinate aree del sapere. Per gli influencer può essere molto utile mettere a disposizione dei propri lettori un luogo o punto di snodo in cui tutte queste informazioni convogliano e da cui dipartono.
In fondo se usiamo più social non significa che ci piace partecipare a comunità diverse? E perché non basta Facebook per aggregare tutto?
Credo che servano, come in ogni ambito, strumenti che permettano a chi lo desidera di riequilibrare una presenza frammentata fra diverse piattaforme. Il blog è, a mio avviso, uno degli strumenti che può efficacemente assumersi questo ruolo di hub, riducendo a un insieme coerente la totalità delle attività online di un utente, o perlomeno quella porzione di esse che si desidera riunire. Ritengo che i tempi siano maturi e l’alfabetizzazione digitale media sufficientemente alta per restituire al blog il ruolo di web log che i social network hanno usurpato. Se i media sociali sono dei motel digitali dove chiunque può prendere in affitto una stanza identica a tutte le altre, il blog si configura ancora come vera e propria casa online che ognuno può personalizzare in termini di architettura, design, indirizzo web, e via dicendo.
Oramai però ci siamo abituati a postare sui social: perché dovremmo tornare indietro?
I grandi player dell’industria social hanno ben compreso che il vero asset sta nella creazione dei contenuti, ancor prima che nella condivisione/distribuzione degli stessi, ed è proprio in questo senso che vanno interpretati i recenti aggiornamenti di Facebook (lunghezza dei post, introduzione della timeline, ecc.) e Twitter (sezione Storie, le nuove card, ecc.) e il posizionamento marketing di Google Plus. I social network si stanno sforzando di imporsi anche come piattaforme di produzione dei contenuti, per prendere in mano l’intera filiera del content marketing. Questo monopolio può non rappresentare un bene per gli utenti. Penso a Selvaggia Lucarelli: giunta alla notorietà come blogger, negli ultimi tempi aveva giocoforza smesso di dedicarsi al proprio blog per curare esclusivamente la pubblicazione sui social. In tal modo, tutti i contenuti da lei prodotti finivano in mano di Facebook e Twitter i quali erano liberi di monetizzarli a proprio piacimento. Selvaggia ha ridato vita al proprio blog tramite l’integrazione con Twitter e Facebook offerta da OverBlog. Ciò rappresenta un valore sia per lei che per i suoi lettori, i quali possono ritrovare su selvaggialucarelli.it tutte quanto posta, coerentemente riunito e organizzato. Il blog torna così a essere luogo di produzione e di archivio dei contenuti, grazie a un’inedita integrazione creativa con i social media, laddove questi ultimi mantengono intatto il loro ruolo di centri di distribuzione.
L’esigenza di costruire una nostra identità digitale deriva quindi dal fatto che finora l’abbiamo lasciata ai social network?
In parte. Non ritengo si tratti propriamente di costruirsi un’identità, quanto di ricostruire o, meglio, riassemblare ciò che oggi nasce in modo decostruito o destrutturato. In altre parole, credo sia possibile organizzare la propria presenza in Rete in maniera molto più intelligibile e strutturata se si pone alla base dei propri sforzi editoriali un fondamento di razionalizzazione dell’identità digitale che si vuole proiettare. Fino ad oggi abbiamo agito in modo per lo più irriflesso, proprio perché il problema in origine non si poneva, e perché il livello di frammentazione non era ancora reso critico dal numero delle piattaforme stabilmente utilizzate. Probabilmente non ci troviamo ancora al punto in cui tale esigenza di una struttura venga avvertita dai più, ma suppongo si vada in quella direzione.
Torniamo un attimo al tema degli influencer.
Pensa ai vari indici di influenza sul Web, della cui presunta utilità in questi giorni si dibatte ampiamente. Hanno saputo intercettare il mutato Zeitgeist della Rete per trarne vantaggio, facendo leva sull’ego degli utenti e sulle esigenze delle aziende per ritagliarsi un ruolo specifico all’interno della filiera: e, in definitiva, non sono altro che promotori dell’ordine… Parlando in concreto, sappiamo tutti quanto le opinioni di un blogger, specialmente se noto, possano essere cruciali per un’azienda. Tant’è che i Digital PR di area anglosassone guardano da anni con attenzione al mondo dei blogger, offrendo loro coupons, sconti, promozioni, giveaways, ecc. Strumenti come Klout non fanno altro che partire da questo assunto, per invertire il senso di percorrenza della filiera e semplificare la vita agli uffici marketing delle aziende. Geniale, no?
Un tema che non hai trattato è quello della sussistenza dopo la morte. Se muoio i miei parenti possono reclamare il mio profilo facebook, se non sbaglio, ma nel caso di un blog cosa accade? Che implicazioni ci sono, ad esempio, per voi di OverBlog? Per certi aspetti il vostro strumento permette di costruire una bara in cui mettere i nostri ricordi, ci avete mai pensato? Un posto dove farci trovare anche dopo la morte…
Ho avuto modo di affrontare questo tema, che senz’altro è estremamente interessante e ricco di implicazioni, tanto da meritare una riflessione a sé stante sui concetti di memoria, di archivio, forse anche di fantasma. Per quanto riguarda gli aspetti pratici, OverBlog si regola più o meno come Facebook: un richiedente che dimostri la propria parentela con il defunto può ottenere la rimozione o l’oscuramento del suo blog. La tua domanda mi fa pensare a un caso reale e molto triste: un mio ex collega è scomparso prematuramente qualche anno fa. Tuttavia, la sua presenza continua a manifestarsi nelle foto degli amici comuni, su Facebook e, addirittura, attraverso il suo profilo LinkedIn, che è rimasto “attivo” e immutato da allora. L’essermi imbattuto in esso, lo ammetto, ha sortito su di me un effetto straniante. C’è però qualcosa di estremamente affascinante nell’idea che la nostra manifestazione digitale possa sopravviverci. In fondo è così da sempre: l’uomo si sforza di tracciare segni del proprio passaggio perché questi possano persistere al di là della propria manifestazione fisica nel mondo. Qual è il destino più proprio della traccia, quello di cancellarsi progressivamente o quello di permanere in eterno?










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